Sul versante lavorativo il contesto socioeconomico europeo risulta caratterizzato da un miglioramento della qualità nel lavoro, valutata nella sua dimensione oggettiva, e da un peggioramento degli strumenti di tutela ossia da un peggioramento della sicurezza nel lavoro in quanto in molti paesi dell’Unione Europea è aumentato l’utilizzo di forme di lavoro temporaneo. La diffusione di tali forme di lavoro viene giustificata dai Paesi europei principalmente con due motivazioni: per ridurre il fenomeno disoccupazionale e per contenere la spesa per politiche lavorative di tipo passivo principalmente rappresentata dai sussidi alla disoccupazione. Secondo quanto riportato nell’Employment in Europe 2001 redatto dalla Commissione Europea, nel periodo 1990-2000 la percentuale di lavoratori temporanei sul totale degli occupati è salita dal 5.2% al 10.1% in Italia, dal 9.3% al 13.8% in Francia, dal 27.5% al 32.6% in Spagna e dal 8.9% all’ 11.4% in Germania.[1]Numerose analisi sia empiriche che teoriche hanno riscontrato che un lavoro temporaneo, oltre ad essere generalmente associato, pur se a parità di produttività con un lavoro a tempo indeterminato, a più bassi livelli sia salariali che di soddisfazione, si caratterizza per un maggiore stato di insicurezza legato alla scadenza del contratto.[2]Secondo Bertola “laddove non siano presenti mercati finanziari in grado di fornire alcuna forma di assicurazione per questo tipo di rischio (l’insicurezza legata alla scadenza del contratto), tale condizione erode l’utilità complessiva dei lavoratori temporanei in maniera tanto maggiore quanto più si protrae nel tempo”.[3]Sempre più lavoratori entrano nel mercato del lavoro europeo attraverso forme di lavoro a tempo determinato perché questi contratti rappresentano, soprattutto per i giovani, le donne, i lavoratori a qualificazione medio-bassa in generale, la via principale per entrare nel mondo del lavoro.Per quanto riguarda le imprese, i contratti temporanei da un lato favoriscono una selezione in entrata più flessibile del normale “periodo di prova” previsto dai contratti a tempo indeterminato, dall’altro rappresentano una fonte di notevole risparmio sul costo del lavoro per via degli sgravi fiscali cui spesso si accompagnano.Il rischio maggiore che accompagna i lavori temporanei è il fenomeno della “persistente precarietà” che ha luogo laddove a ripetuti periodi di occupazione temporanea non segua un’assunzione a tempo indeterminato.In una verifica empirica svolta alla fine degli anni ‘90 si è cercato di testare la fondatezza di tale timore analizzando “l’effetto che la permanenza più o meno prolungata in uno stato di precarietà possa avere sulla probabilità di trovare un’occupazione a tempo indeterminato”.[4]A tale scopo si è utilizzato un campione di giovani lavoratori temporanei estratto dallo European Community Household Panel (1995-1998) con riferimento a quattro paesi: Irlanda, Italia, Spagna e Gran Bretagna. Attraverso una stima della probabilità di transizione temporaneo-permanente, condotta su due differenti intervalli temporali (1 e 3 anni), si è cercato di determinare quali sono gli elementi che contribuiscono ad incrementare il grado di persistenza e quali le differenze riscontrabili a livello europeo. In particolare si è voluto confrontare due modelli di mercato del lavoro: quello anglosassone, caratterizzato da un elevato grado di flessibilità, e quello mediterraneo, che s’identifica per un maggior grado di protezione ed una più o meno marcata flessibilità.Gli elementi comuni riscontrati nei diversi mercati sono stati:- i lavoratori assunti con contratti lavorativi caratterizzati da un maggior grado di flessibilità mostrano una minore probabilità di uscita verso un’occupazione stabile;- i contratti che prevedono periodi di training rappresentano un più valido trampolino verso la promozione a tempo indeterminato in quanto le imprese sono più propense a trattenere un lavoratore sul quale hanno maggiormente investito in termini di formazione;- un maggiore livello educativo, così come la maggiore complessità delle mansioni per cui è impiegato il lavoratore, contribuiscono ad aumentare la probabilità di esser convertiti a tempo indeterminato, mentre non sembra avere un effetto significativo la componente di genere;- la disponibilità finanziaria della famiglia di provenienza ha un effetto positivo sulla probabilità di essere promossi a tempo indeterminato;- la probabilità di trovare un’occupazione stabile è crescente in tutti i paesi al crescere dell’orizzonte temporale della carriera lavorativa;Gagliarducci conclude la verifica con queste parole “…pur se il numero di paesi presi in considerazione, nonché il breve orizzonte temporale su cui è stata condotta l’analisi, limitano in parte il grado di generalità di tali risultati, il segnale che se ne ricava rinforza in parte i sospetti che il mercato del lavoro europeo non rappresenti al momento una reale alternativa di impiego. Addirittura si corre il rischio che, soprattutto laddove il mercato a tempo determinato venga deregolamentato indiscriminatamente si possa dar vita ad un fenomeno di stagnazione nella precarietà”.[5]In un articolo di Tito Boeri e Guido Tabellini si legge che “..nell’Unione Europea il reddito medio pro capite è più basso del 30% circa rispetto agli Stati Uniti. Il divario è dovuto al fatto che gli europei lavorano meno degli americani: il prodotto per ora lavorata è infatti pressappoco lo stesso tra le due sponde dell’Atlantico….Le ore lavorate in Europa sono relativamente basse perché l’Europa ha un più basso tasso d’occupazione e perché il lavoratore medio europeo lavora un numero di ore inferiore e ciò riflette la diffusione del lavoro part-time in Europa….inoltre la ragione principale per cui gli europei lavorano meno degli americani è che molte persone in Europa non lavorano affatto”[6].Nel decennio che va dal 1993 al 2002 l’Unione Europea ha registrato un aumento degli occupati di circa quindici milioni e una diminuzione dei disoccupati di oltre tre milioni di unità. La crescita dell’occupazione in Europa è consistita in parte in un recupero delle perdite registrate all’inizio degli anni Novanta quando erano andati perduti più di quattro milioni di posti di lavoro.[7]Per quanto riguarda la dinamica dell’occupazione in tale decennio i risultati più positivi sono stati raggiunti dall’Irlanda, dalla Spagna e dall’Olanda mentre l’Italia e la Germania hanno registrato quelli peggiori. In particolare in Italia il recupero dell’occupazione è avvenuto nel 1997 per le Regioni del Centro-Nord e nel 2001 per le Regioni Meridionali.[8] Germania e Italia sono stati i Paesi in cui tra il 1993 e il 1998 la disoccupazione è aumentata notevolmente, in Germania a causa della riunificazione e in Italia a causa della crisi economica e politica del 1992 e del 1993. Alla fine degli anni Novanta in Italia il numero di disoccupati si è gradualmente ridotto, però con delle forti differenze tra Nord e Sud,[9] mentre in Germania è risalito.Tra il 1993 e il 2002 i disoccupati sono invece diminuiti in Irlanda, Olanda, Finlandia e Regno Unito, in quanto è cresciuta la quota di occupati nei servizi. In particolare i Paesi che hanno registrato un aumento dell’occupazione nel settore terziario sono stati la Germania (70% degli occupati), il Regno Unito (80%), l’Olanda (77%), la Francia (74%).[10] Sempre nel periodo che va dal 1993 al 2002 il numero di lavoratori indipendenti è aumentato in Germania mentre è sceso in Francia, in Irlanda, in Spagna e in Italia pari al circa 25% degli occupati nel 2002 contro il 26,7% del 1993.[11] Comunque nei Paesi Europei sono stati registrati buoni andamenti del mercato del lavoro legati al positivo ciclo economico degli anni Novanta e più in particolare la Strategia Europea per l’Occupazione varata nel 1997 è collimata con una fase favorevole per introdurre i cosiddetti “quattro pilastri”, cioè delle riforme inerenti all’occupabilità, all’adattabilità, all’imprenditorialità e alle pari opportunità. Nell’Unione Europea la crescita dei posti è stata caratterizzata dalle forme flessibili d’impiego per durata dell’orario o per contratto.In Europa crescono il lavoro temporaneo e il part-time, in particolare nel 2003 i lavoratori soggetti alla forma di lavoro part-time ammontavano al 18% del totale con una crescita di tre punti in dieci anni, i lavoratori temporanei ammontavano al 13% con una crescita di due punti percentuali nello stesso periodo di tempo, quindi nel 2003 circa un quarto dei lavoratori europei era soggetto a modalità di lavoro non standard, dato che le due grandezze non si possono sommare in quanto i lavoratori part-time possono anche essere lavoratori temporanei,[12] e allo stato attuale questo trend sembra proseguire in quanto la maggior parte delle offerte di lavoro si basano su contratti a tempo determinato. Mentre il part-time è uno strumento importante a livello comunitario per includere nel mercato del lavoro coloro che offrono una disponibilità parziale, il lavoro temporaneo rispecchia le caratteristiche dei singoli Paesi membri per quanto riguarda la struttura produttiva e la regolazione normativa e sociale.[13] Tranne che in Italia e in Spagna,[14] il numero di lavoratori temporanei è inferiore al numero di lavoratori part-time, in particolare l’Olanda registra il numero più alto degli addetti part-time (44% degli occupati e 73% fra le donne).[15]Bisogna considerare il fatto che i contratti a termine influiscono sulla qualità dell’impiego, infatti nel 2003 oltre la metà dei lavoratori europei con contratto a tempo determinato avrebbe preferito un impiego a tempo indeterminato.[16]Inoltre i risultati del Progetto Esope mostrano che la precarietà è percepita in maniera differente nei diversi Stati Membri in quanto vengono prese in considerazione più dimensioni come la retribuzione, la durata del contratto, la permanenza nell’occupazione, il contenuto della prestazione, il livello di autonomia e l’ambiente di lavoro.[17]Nel 2003 il recupero del mercato del lavoro europeo si è arenato, il tasso di occupazione è rimasto stabile e soprattutto in Germania, Irlanda e Finlandia si è ridotto insieme alla dinamica della produttività.[18] Secondo quanto riportato dagli analisti del CNEL nel “Rapporto sul Mercato del lavoro 2003”, pubblicato l’11 novembre 2004, L’Unione Europea non riuscirà a raggiungere l’obiettivo di un tasso di occupazione del 67% nel 2005 e forse neanche l’obiettivo di un tasso di occupazione del 70% per gli uomini e del 60% per le donne nel 2010.[19] Il “Joint Employment Report 2003/2004” riconosce che per raggiungere gli obiettivi di Lisbona “non bastano le riforme del mercato del lavoro perché per incoraggiare la competitività e la creazione di posti di lavoro sono necessarie buone politiche macroeconomiche e riforme strutturali dei mercati dei prodotti, dei servizi, dei capitali ed inoltre per attuare la Strategia Europea per l’Occupazione occorre un maggiore coinvolgimento dei Parlamenti, delle autorità regionali, delle Parti Sociali e convergere verso le pratiche regolative e gli assetti istituzionali che mostrano i migliori risultati rispettando le differenze nazionali, cioè un processo di policy learning”.[20] Il primo maggio 2004 sono entrati nell’Unione Europea dieci nuovi Paesi[21], si è passati da 15 Stati a 25 Stati membri, un fatto questo che ha generato nuove aspettative ma anche nuovi timori dal punto di vista economico e sociale.Innanzitutto l’allargamento offre nuove opportunità per le imprese della “vecchia Europa” che potranno accedere ad un mercato in rapida crescita con tutti gli aspetti positivi che ne conseguono, ma va considerato anche l’altro lato della medaglia, cioè l’aumento della disoccupazione e della delocalizzazione delle imprese, l’arrivo di manodopera a basso costo dall’Est europeo, l’immigrazione clandestina da parte dei cittadini degli altri Paesi dell’Est Europeo che attendono l’ingresso in Europa.Inoltre bisogna considerare anche le grandi differenze tra l’Europa a 15 e l’Europa a 25 dal punto di vista del tenore di vita, misurato dal prodotto interno lordo pro capite e del costo del lavoro.[22]Ciò da un lato potrebbe determinare una forte migrazione dai nuovi Stati membri verso l’Unione a 15 e dall’altro un massiccio trasferimento delle imprese occidentali verso i Paesi dell’est, soprattutto per quanto riguarda i processi ad alta intensità di forza lavoro, come rilevato da un sondaggio del Cologne Institute for Business Research, secondo cui circa il 60% delle imprese tedesche con meno di 5000 dipendenti ha aperto impianti nell’Europa dell’Est.[23] I nuovi Stati Membri presentano tra l’altro un elevato livello di disoccupazione[24] e per far fronte alle tensioni sociali sono intervenuti sul mercato del lavoro con attività di formazione, di intermediazione, con lavori pubblici, con sussidi di disoccupazione e di mobilità adottando politiche del lavoro simili a quelle dei Paesi Ocse.[25] Nei nuovi Paesi la disoccupazione è dovuta alla componente giovanile (31,9% contro il 15,1% dell’Unione a 15) e alla disoccupazione di lunga durata (8,1% contro il 3% dell’Unione a 15)[26], inoltre la storica predominanza di rapporti di lavoro basati sull’economia pianificata di tipo socialista ha fatto sì che le forme di impiego flessibile siano meno diffuse rispetto all’Europa a 15: gli occupati part-time rappresentano l’8% contro una media del 18%, mentre gli occupati a tempo determinato rappresentano l’11,2% contro una media del 13%.[27]Una preoccupazione diffusa tra i Paesi della “Vecchia Europa” è rappresentata dai flussi migratori Est-Ovest che potrebbero produrre effetti negativi sui salari e sulle opportunità di impiego nei settori più rigidi e nei lavori meno specializzati. I dati presentati dalla Commissione Europea stimano un flusso annuo compreso fra i 70.000 e i 150.000 immigrati, cifre queste, comunque modeste, che si riferiscono per lo più ai lavoratori temporanei[28] che presentano anche dei livelli di formazione e di istruzione superiori ai livelli presentati dagli immigrati che provengono dal Sud-Est europeo e dal Nord Africa.[29]Per quanto riguarda la tutela dei lavoratori e quindi il dialogo sociale, nella maggior parte dei nuovi Paesi la contrattazione collettiva è debole perché le organizzazioni imprenditoriali non si confrontano con i sindacati su questioni salariali e sulle condizioni di lavoro. Le eccezioni sono rappresentate dalla Lettonia e dalla Slovenia. In Lettonia i sindacati e le organizzazioni datoriali negoziano accordi generali sui salari minimi, in Slovenia esistono accordi salariali trilaterali e bilaterali definiti a livello nazionale mentre negli altri Paesi[30] vengono condotti confronti meno regolari in termini temporali e meno definiti rispetto alle materie trattate.[31]Una piaga che coinvolge il contesto socioeconomico europeo è rappresentata dal lavoro sommerso.Il concetto di lavoro sommerso riguarda “le attività retribuite di per sé legittime ma che non vengono dichiarate alle autorità pubbliche, nella consapevolezza però che si deve tener conto delle diversità che sussistono nei sistemi normativi degli Stati membri”.[32] La motivazione principale per partecipare all’economia sommersa è di natura economica in quanto vi è l’opportunità di aumentare i guadagni e di evitare le tasse e i contributi sociali.Nell’Unione Europea il lavoro “nero” è diffuso nei settori ad alta intensità di manodopera e a bassa redditività come l’agricoltura, l’edilizia, la ristorazione, i servizi domestici, il commercio al dettaglio e può essere considerato o come scelta individuale da parte di “approfittatori” del sistema, o come il risultato di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ove la legislazione esistente vi si adatta pigramente.[33]Di solito le persone che partecipano all’economia sommersa sono i lavoratori con un doppio lavoro, i disoccupati, le persone economicamente inattive come gli studenti, le casalinghe e i prepensionati, ed infine gli immigrati clandestini. I lavoratori del sommerso perdono tutti i benefici che derivano da un contratto di lavoro formale come la formazione, gli aumenti salariali e un profilo di carriera.La lotta contro il sommerso da parte dell’Unione Europea è un elemento della Strategia Europea per l’Occupazione, in particolare il Libro Bianco “Crescita, competitività, occupazione”[34] chiede agli Stati membri di agevolare la reintegrazione nel mercato ufficiale del lavoro dei lavoratori in “nero”.Nel 1998 la dimensione dell’economia sommersa in Europa oscillava fra il 7% e il 16% del PIL, che corrispondeva ad un valore compreso tra il 7% e il 19% del volume dell’occupazione regolare complessiva. Nei Paesi Bassi, nei Paesi Scandinavi, in Austria e in Irlanda l’economia sommersa era stimata intorno al 5% del PIL; in Italia e in Grecia intorno al 20% del PIL; in Francia, in Germania e nel Regno Unito intorno al 14% del PIL; in Spagna e in Belgio intorno al 22% del PIL.[35] Oggi le previsioni sono più complesse da effettuare a causa dell’ingresso di dieci nuovi Stati ma le stime, a mio avviso, sono sicuramente destinate ad aumentare data la scarsa legislazione in materia di lotta al lavoro sommerso presente nei Paesi dell’Est europeo.Secondo quanto riportato dalla Commissione Europea[36] i fattori che concorrono a determinare il lavoro sommerso sono:- il manifestarsi di una domanda molto diversificata di servizi personalizzati alle famiglie e alle persone come l’assistenza e la pulizia, caratterizzati da un’alta intensità di manodopera e da un basso incremento produttivo;- la riorganizzazione delle imprese al fine di rendere la produzione più flessibile e di accrescere le capacità di innovazione e di adattamento alle fluttuazioni del mercato. Tale tipo di flessibilizzazione porta ad un aumento del lavoro autonomo e dei lavoratori-imprenditori, un certo numero dei quali può lavorare nel sommerso;- la diffusione delle nuove tecnologie che apre nuove opportunità lavorative nell’ambito dei servizi;Inoltre, sempre secondo la Commissione gli aspetti che possono favorire la nascita dell’economia sommersa sono gli alti livelli dell’imposizione fiscale e dei contributi sociali, gli oneri regolamentari e amministrativi eccessivi, una inadeguata legislazione in materia di mercato del lavoro, cioè uno scarso riconoscimento dei nuovi tipi di lavoro come il part-time o i contratti temporanei, e l’accettazione culturale. Negli Stati membri non esiste un quadro comune del lavoro sommerso, cioè vi sono delle differenze dal punto di vista dei “lavoratori”: nei Paesi Scandinavi, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Francia, nel Regno Unito, i lavoratori in “nero” sono tendenzialmente uomini giovani e qualificati; nell’Europa meridionale tendono a essere giovani, donne e immigrati clandestini; in Austria e in Germania sono soprattutto immigrati clandestini.[37]Nell’Unione Europea in termini di sicurezza sociale il lavoro sommerso compromette l’assicurazione sanitaria, i diritti alla pensione, l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, inoltre dato che il lavoro ”nero” riduce i costi di un’azienda esso influenza la competitività sia negli Stati membri che tra gli Stati membri.I Paesi dell’Unione hanno attuato diverse misure per combattere il fenomeno.Alcuni hanno rafforzato la legislazione per quanto riguarda i criteri e le sanzioni da applicare in caso di violazione delle norme in materia di tassazione e contributi sociali, altri, come l’Italia e la Spagna, hanno introdotto dei cambiamenti nella normativa che disciplina il mercato del lavoro con lo scopo di promuovere l’accesso al mercato formale, altri ancora si sono affidati al ruolo di controllori svolto dai sindacati, dagli ispettori del lavoro e dalle autorità fiscali nonché a campagne di sensibilizzazione e di informazione insieme ai sussidi e alla riduzione dei costi soprattutto nei servizi privati.Prendendo in considerazione il caso italiano, le misure intraprese a partire dalla metà degli anni Novanta per combattere il lavoro sommerso sono state: maggiori controlli da parte delle autorità fiscali, detrazioni fiscali per i servizi professionali, semplificazione degli oneri burocratici che gravano sui datori di lavoro, campagne informative e di sensibilizzazione[38] e nuovi accordi contrattuali.[39]Tutto ciò è avvenuto in conformità con la Raccomandazione del Consiglio del 22 dicembre 1995 e con la Raccomandazione del Consiglio del 27 settembre 1996.[40] I settori dove il sommerso è più diffuso sono l’agricoltura, l’edilizia, i servizi privati e il tessile, e le persone coinvolte sono soprattutto giovani, donne, pensionati e coloro che hanno un doppio lavoro.[41]Federico Zia
[1] Commissione Europea, L’occupazione in Europa 2001: segmenti salariali bassi e alti, reddito da lavoro, mobilità e qualità del posto di lavoro, LoWER Network Report 2001
[2] Per approfondimenti: OECD (2002), Employment Outlook 2002
[3] G. Bertola, A pure theory of job security and labour income risk, 2002
[4] Stefano Gagliarducci, Persistence in fixed-duration jobs: an exploratory analysis, 2002
[5] Stefano Gagliarducci, Persistence in fixed-duration jobs: an exploratory analysis, 2002
[6] Tito Boeri, Guido Tabellini, Lavoce.Info, 2002
[7] Per approfondimenti: Commissione Europea, Employment in Europe 2003. Recent trend and prospects, Lussemburgo, settembre 2003
[8] CNEL, Rapporto sul Mercato del Lavoro 2003, 11 novembre 2004
[9] Nel 1999-2000 la disoccupazione nel Sud era del 12% superiore ai livelli del 1993, nel Nord è stata registrata una riduzione del 27% (Fonte: CNEL, Rapporto sul Mercato del Lavoro 2003, 11 novembre 2004)
[10] CNEL, Rapporto sul Mercato del Lavoro 2003, 11 novembre 2004
[11] Fonte: elaborazione CNEL su Commissione Europea 2003
[12] CNEL, Rapporto sul Mercato del Lavoro 2003, 11 novembre 2004
[13] Per approfondimenti: M. Del Conte, C. Devillanova, S. Liebman, S. Morelli, Misurabilità dei regimi di protezione dell’impiego, Working papers series, 2003, www.econpubblica.uni-bocconi.it
[14] In Italia e in Spagna i lavoratori temporanei superano il numero dei lavoratori part-time, in particolare in Spagna lo sviluppo dei contratti a tempo determinato è stato la conseguenza delle scelte politiche che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta hanno creato un doppio mercato del lavoro, lasciando alla famiglia il compito di gestire il disagio derivante (CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro2003, 11 novembre 2004 )
[15] CNEL, Rapporto sul Mercato del Lavoro 2003, 11 novembre 2004
[16] In Spagna e Cipro oltre il 90% dei lavoratori temporanei avrebbe preferito un contratto a tempo indeterminato (Fonte: Progetto Esope, Managing labour market related risks in Europe: Policy implication, a cura di M. Caparra, 2004)
[17] Progetto Esope, Managing labour market related risks in Europe: Policy implication, a cura di M. Caparra, 2004;
[18] Banca Centrale Europea, Rapporto Annuale 2003, Francoforte, 2004, pag. 56 ss.
[19] Questi obiettivi rientrano nella Strategia di Lisbona. In particolare secondo il CNEL “tali obiettivi appaiono di difficile conseguimento in un contesto di basso sviluppo e non possono essere perseguiti con i soli automatismi di mercato o diminuendo la tutela del fattore lavoro, centrale nel modello di Lisbona. Per questo motivo, il Consiglio Europeo di Laeken ha tentato di offrire una soluzione combinando gli interventi in campo economico e sociale sia a livello comunitario che nazionale. Il Consiglio di Laeken ha preso atto della volontà espressa dalle Parti Sociali di sviluppare il dialogo sociale elaborando un programma di lavoro pluriennale e finalizzando la concertazione trilaterale sugli aspetti della strategia per la piena occupazione. Perciò si è convenuto che un vertice sociale di concertazione trilaterale si svolga prima di ciascun Consiglio europeo di primavera. Inoltre la Commissione Europea ha ritenuto che l’azione bilaterale debba essere supportata dalla trilateralità….la Commissione ha proposto misure concrete volte a rafforzare il dialogo sociale come l’organizzazione di una conferenza europea del dialogo sociale, l’organizzazione di tavole rotonde nazionali, il miglioramento delle procedure per la consultazione delle Parti Sociali” (CNEL, La Strategia di Lisbona: la concertazione trilaterale e il dialogo sociale bilaterale per il lavoro e la formazione, Osservazioni e Proposte, 2003)
[20] Unione Europea, Joint Employment Report 2003/2004, Brussels, 2004, pag. 58 “il successo delle politiche per l’occupazione dipende in ampia misura dalla qualità della loro attuazione”
[21] Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta e Cipro; la popolazione è passata da 375 milioni a più di 455 milioni di persone (CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro2003, 11 novembre 2004 )
[22] Ad esempio la Lettonia presenta il minor prodotto interno lordo pro capite tra i Nuovi Stati e in Polonia il costo del lavoro è sei volte inferiore rispetto alla Germania dove nel 2000 il costo orario era di circa 26 euro (CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro 2003, 11 novembre 2004 )
[23] CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro 2003, 11 novembre 2004
[24] Nei Paesi nuovi entrati il tasso di disoccupazione è quasi il doppio di quello dell’Europa a 15, 14,8% contro il 7,7% (Fonte Eurostat riferita al periodo 1999-2002)
[25] Gli interventi hanno riguardato in particolare l’intermediazione e la consulenza nella ricerca di un posto di lavoro, la formazione professionale, la formazione sul luogo di lavoro, la creazione diretta di posti di lavoro, la promozione delle piccole imprese, misure per i giovani e per le categorie svantaggiate ( S.Cazes, A.Nesporova, Labour market in transition. Balancing flexibility & security in Central and Eastern Europe, Ginevra, International Labour Organization, 2003; M. Caciagli, Regioni d’Europa. Devoluzioni, regionalismi, integrazione europea, Bologna, il Mulino, 2003 )
[26] CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro 2003, 11 novembre 2004
[27] Fonte Eurostat riferita al periodo 1999-2002
[28] Commissione Europea, Relazione di valutazione globale in merito al livello di preparazione all’adesione all’UE della Repubblica Ceca, dell’Estonia, di Cipro, della Lettonia, della Lituania, di Malta, della Polonia, dell’Ungheria, della Slovenia e della Slovacchia, Bruxelles, 2003; Commissione Europea, Employment in Europe 2003. Recent trend and prospects, Lussemburgo, 2004
[29] Nel 2001 la Commissione Europea aveva stimato che il 14% degli immigrati proveniente dall’Europa dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 fosse composta da personale altamente qualificato (CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro 2003, 11 novembre 2004 )
[30] Soprattutto Cipro, Estonia, Lituania, Malta, Polonia
[31] Per approfondimenti: EIRO- European Foundation for the Improvement of Living Conditions, Social dialogue and EMU in the acceding countries, Dublino, 2003; Industrial relations and enlargement, Dublino, 2004
[32] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione Europea sul lavoro sommerso, Bruxelles, 1998
[33] Secondo quanto riportato dagli esperti dei mercati del lavoro delle reti CE SYSDEM ( Système d’évaluation e de monitorage ) e MISEP ( Sistema di mutuo scambio di informazioni sulle politiche dell’occupazione)
[34] Pubblicato dalla Commissione Europea alla fine del 1993
[35] Fonte: reti CE SYSDEM e MISEP
[36] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione Europea sul lavoro sommerso, Bruxelles, 1998
[37] Per approfondimenti: Commissione Europea, Comunicazione della Commissione Europea sul lavoro sommerso, Bruxelles, 1998
[38] Numero telefonico speciale per denunciare le evasioni fiscali
[39] Contratti di riallineamento
[40] Raccomandazione del Consiglio del 22 dicembre 1995 sull’armonizzazione dei mezzi di lotta contro l’immigrazione clandestina e il lavoro illegale e il miglioramento dei mezzi di controllo previsti a tale scopo, Gazzetta Ufficiale C 005, 10/01/1996; Raccomandazione del Consiglio del 27 settembre 1996 relativa alla lotta contro il lavoro illegale di cittadini di Stati terzi, Gazzetta Ufficiale C 304, 14/10/1996
[41] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione Europea sul lavoro sommerso, Bruxelles, 1998
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