LA RIDEFINIZIONE DELLO STATO SOCIALE di Federico Zia

La ridefinizione dello Stato Sociale si colloca all’interno della crisi più generale dei sistemi di protezione sociale nati in uno stretto legame con il modello di produzione taylor-fordista. In particolare la situazione demografica caratterizzata da un rapido processo di invecchiamento della popolazione, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’insicurezza della stabilità del posto di lavoro per l’intera vita lavorativa, l’immigrazione, la nascita di nuove povertà, la mondializzazione dell’economia e il mutamento avvenuto nel mondo della produzione, hanno messo in discussione il modello di Stato Sociale che si concepiva come protezione sociale per i periodi precedenti e seguenti il rapporto di lavoro stabile.La crisi di tale modello e la politica economica neoliberista hanno alimentato diverse pressioni alla riduzione del finanziamento e di conseguenza alle prestazioni dello Stato Sociale. L’opinione dominante, cioè l’opinione di potere, considera lo smantellamento dello Stato Sociale e una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro come i principali elementi per reagire ad un elevato tasso di disoccupazione e all’invecchiamento della popolazione.Osservando il problema da un punto di vista strettamente economico si può affermare che “gli elevati tassi di crescita del dopoguerra hanno permesso alle economie industrializzate un generoso sistema di Stato Sociale, il contenimento della disuguaglianza e il mantenimento del pieno impiego, ma questi tassi erano un fenomeno eccezionale e transitorio. Negli ultimi venti o trenta anni i tassi di crescita sono gradualmente venuti meno essendo l’economia tornata nella sua posizione normale di crescita”.[1] Questo problema è stato affrontato in diversi modi tra le due sponde dell’Atlantico.Negli Stati Uniti D’America è stato attuato l’abbandono dello Stato Sociale e sostenuta la flessibilità, in Europa lo Stato Sociale è stato ridimensionato e la flessibilità comincia a presentarsi in maniera chiara, ciò significa che il modello Nord Americano si sta avvicinando progressivamente all’Europa.Ma la flessibilità e la liberalizzazione non possono essere l’unica soluzione dei problemi contemporanei, in quanto è vero che negli Stati Uniti D’America la concorrenza fa si che nei mercati le risorse si allochino nella direzione dei loro migliori usi, ma in questo Paese la disuguaglianza è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, ed economisti del lavoro del calibro di Katz, Loverman e Blanchflower, parlano dell’emergere della nuova classe di “woorking poors”, cioè negli Stati Uniti la flessibilità offre la possibilità alle imprese di aggiustare rapidamente la produzione in funzione della domanda, licenziando e assumendo senza costi, ma parallelamente si crea una classe di lavoratori destinati ai “bad jobs”, lavoratori occupati ma precari e mal retribuiti.In Europa la situazione ancora non è come quella statunitense perché il minore ridimensionamento dello Stato Sociale ha permesso comunque un reddito sottoforma di sussidi ai disoccupati, se di reddito si può parlare, e minori costi per prestazioni fornite dallo Stato, ma la strada intrapresa nella direzione della politica economica neoliberista sembra condurre inevitabilmente verso il modello statunitense.Quando si parla di Stato Sociale si fa riferimento all’affermarsi del modello democratico perché il diritto di voto, in via di principio, consente anche ai soggetti economicamente più deboli di far sentire le proprie esigenze economiche chiedendo allo “Stato di tutti” di aiutarli. Lo Stato Sociale presuppone l’intervento in campo economico per ridurre le differenze fra i cittadini e la protezione dei gruppi più svantaggiati attraverso dei meccanismi di tutela di alcuni diritti individuati come fondamentali. In questo tipo di Stato, al contrario di quello Socialista, l’iniziativa economica privata rimane libera ma sottoposta ad alcuni limiti e controlli per indirizzare le scelte dei privati verso obiettivi di interesse generale, cioè lo Stato sviluppa l’intervento economico pubblico accanto all’iniziativa dei privati dando vita ad un “sistema economico ad economia mista”.In questo sistema lo Stato oltre a produrre servizi pubblici essenziali e a garantire l’osservanza delle leggi, interviene a sostegno della produzione, per garantire la piena occupazione, per assicurare migliori condizioni di vita alle classi deboli, per ridurre le differenze fra zone ricche e zone povere. Per realizzare questi obiettivi lo Stato necessita di risorse ottenute tramite tributi, vendita di beni e servizi, contraendo debiti attraverso la richiesta di prestiti ai privati, cioè ricorrendo al debito pubblico. Grazie alla spesa pubblica lo Stato farà crescere il reddito nazionale, otterrà maggiori entrate sottoforma di imposte e potrà ripagare i debiti, almeno in linea teorica. Inoltre tramite la concertazione il governo, le associazioni dei lavoratori e degli imprenditori sono chiamati a discutere sulla determinazione di obiettivi di interesse collettivo.In Europa Occidentale questo modello di Stato ha avuto la sua massima espansione fra il 1950 e il 1970, poi ha cominciato a manifestare segni di crisi, tra cui la scarsa efficienza dei servizi pubblici, la difficoltà a trovare risorse sempre più ingenti per finanziare le spese statali, una forte crescita dell’inflazione alimentata dalla crescente spesa pubblica. Di conseguenza in tutti i Paesi occidentali si è manifestata una progressiva riduzione dell’intervento dello Stato nel sistema economico dando vita ad ampi fenomeni di “privatizzazione”, il ritorno nel settore privato di molte imprese in precedenza pubbliche e la tendenza del capitale privato ad entrare in settori della vita sociale precedentemente affidati allo Stato come la formazione o la previdenza. Questo fenomeno lascia intravedere l’affermazione o il ritorno, dipende dai punti di vista, del modello liberale anche in quei Paesi di tradizione storica diversa dalla Francia, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. Lo Stato Liberale non interviene nel sistema economico per riequilibrare la distribuzione della ricchezza fra i cittadini perché l’attività economica viene considerata di esclusiva competenza dei privati e l’attuale politica economica neoliberista sembra muoversi proprio in questa direzione, in particolare nel contesto socioeconomico contemporaneo, l’integrazione internazionale dell’economia e la stagnazione economica hanno determinato la scelta da parte delle classi dominanti delle grandi democrazie di smantellare o ridimensionare lo Stato Sociale.A confondere ancora di più l’attuale situazione è intervenuta anche la distinzione tra due modelli di stato sociale, un modello solidarista-universalista contrapposto ad un modello liberale.[2] Il primo modello presuppone la protezione sociale per tutti, indistintamente, attingendo le risorse necessarie dalla fonte fiscale, il secondo modello invece presuppone la protezione sociale mediante l’accesso a servizi finanziati su base assicurativa solo per coloro che hanno un reddito sufficientemente adeguato escludendo tutti coloro che appartengono ad una fascia di reddito medio-bassa o bassa perché ci si affida quasi esclusivamente al settore privato, quindi parlare di stato sociale in questo caso mi sembra alquanto scorretto perché questo modello non lascia intravedere nessun elemento che può essere riferito direttamente al termine  “sociale” che di per sé implica una diretta relazione con l’intera società non soltanto con alcuni settori di cui è composta.Lo Stato Sociale nacque per ribattere alle sfide dell’era industriale ma il contesto di riferimento nell’attuale fase storica è radicalmente cambiato. Secondo Ferrera occorre “adattare il welfare al nuovo contesto”.[3] In particolare Ferrera individua due grandi transizioni che stanno modificando il profilo socioeconomico occidentale: la transizione socio-demografica, collegata per quanto riguarda il declino delle nascite, ai nuovi rapporti di genere e alle aspirazioni di indipendenza personale e auto-realizzazione delle donne; la transizione verso un’economia basata sui servizi e sulla conoscenza. Quindi Ferrera ritiene che lo Stato Sociale debba essere ridefinito attraverso una “modernizzazione intelligente” basata sulla “corretta identificazione dei nuovi rischi e bisogni sociali”.[4] I nuovi rischi individuati sono:-         rischi connessi alla difficoltà di conciliare lavoro e cura, vita professionale e familiare, soprattutto per le donne;-         rischi connessi al mancato accesso alla conoscenza, soprattutto per i giovani;-         rischi connessi all’obsolescenza delle competenze professionali, soprattutto per i lavoratori con basse qualifiche;-         rischi di marginalizzazione ed esclusione dall’economia della conoscenza, dal mercato del lavoro e dal tessuto sociale.[5]L’approccio per prevenire simili rischi deve consistere nell’elaborare una “nuova grande strategia di politica sociale che metta al centro del welfare i nuovi rischi, le donne e i giovani”.[6] Questa strategia deve basarsi sul concetto di “ricalibratura”, cioè “riformare il welfare significa spostare i pesi, l’attenzione istituzionale, le risorse finanziarie, l’accento ideale, da alcune funzioni ad altre, da alcune categorie ad altre, da alcuni valori ad altri. Senza ricalibratura il welfare rischia di incepparsi e di imboccare una pericolosa spirale involutiva”.[7] Ferrera ritiene che occorre concentrare l’impegno riformista verso tre diverse dimensioni di ricalibratura: funzionale, ridistrubitiva e normativa.La ricalibratura funzionale riguarda i rischi oggetto di protezione. Lo Stato Sociale protegge troppo la vecchiaia e troppo poco i nuovi rischi collegati alle altre fasi del ciclo della vita. In particolare il lavoro precario, i carichi familiari, l’esclusione sociale, la non auto-sufficienza, l’obsolescenza delle competenze professionali e la mancanza di opportunità formative lungo l’intero arco della vita non hanno una adeguata protezione. Occorre perciò “ridimensionare le tutele nel settore della vecchiaia irrobustendole in altri”[8] e le figure sociali di riferimento del nuovo welfare devono essere le madri che lavorano e i minori in condizioni di povertà.Ferrera ritiene cruciali per la sostenibilità finanziaria del welfare del XXI secolo le entrate generate da alti tassi di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, ma sono ancora le donne a sopportare quasi tutto il lavoro di cura all’interno della famiglia, perciò saranno necessari servizi per l’infanzia e per gli anziani, politiche degli orari per far si che entrambi i genitori possano collaborare alla gestione degli impegni domestici, assegni famigliari e detrazioni fiscali per compensare in parte il costo dei figli, ed infine sostegni mirati alle donne nel mercato del lavoro. Occorre anche combattere la povertà fra i minori che genera effetti negativi di lungo periodo. L’ambiente formativo è essenziale nello sviluppo del capitale umano e individuale e le carenze di tale ambiente prodotte dalla povertà possono provocare problemi di apprendimento, scarsa motivazione, evasione scolastica e tossicodipendenza. Sono necessari perciò anche grandi investimenti, politici, finanziari, istituzionali, nel settore dell’istruzione.La ricalibratura distributiva riguarda le categorie oggetto di protezione in quanto vi sono categorie iper-tutelate, come i lavoratori con posto stabile, e categorie quasi prive di tutela, come i lavoratori precari inadeguatamente protetti dinanzi ad alcuni rischi come la malattia, la maternità, la disoccupazione temporanea, i carichi familiari e le spettanze pensionistiche. Per questo motivo “occorre che i costi della transizione demografica, in particolare quelli del pensionamento, vengano equamente ripartiti fra generazioni, e la via maestra passa per le politiche di invecchiamento attivo, imperniate sull’innalzamento della soglia anagrafica effettiva di ritiro dal lavoro, nonché sulla flessibilizzazione dell’età legale di pensionamento”.[9]La ricalibratura normativa riguarda i simboli e i valori. Ferrera scrive: “nel corso del XX secolo è andata affermandosi nella cultura politica europea una concezione ingenuamente emancipativa dei diritti sociali: i diritti come conquista positiva, da difendere sempre e comunque, quali che siano i loro contenuti specifici, le loro regole di accesso, le loro controparti in termini di doveri….questa concezione ha teso a formulare le proprie strategie e valutazioni nel campo del welfare più in base ad una teoria politica dei diritti sociali come conquista dei lavoratori, piuttosto che in base ad una ragionata teoria etica sui diritti e doveri dei cittadini, fondata su regole e criteri di equità. In questo modo si è limitata la possibilità di cogliere e arginare le tante degenerazioni usurpative di cui è caduto vittima il welfare, che ha spesso finito per creare diritti sociali in risposta alle capacità di pressione dei gruppi sociali più forti anziché in risposta ai bisogni dei soggetti più deboli”.[10]Tale tipo di ricalibratura necessita di due operazioni: ancorare strategie di politica sociale a esplicite teorie di giustizia distributiva, anziché a vecchie teorie politiche sul conflitto fra le classi; assegnare il maggior peso possibile al valore dell’equità dinamica. Il nuovo Stato Sociale “deve essere disegnato in modo da sorreggere ciascun individuo lungo l’intero arco della vita e deve concentrare i suoi sforzi laddove l’evidenza empirica segnala che si generano trappole di svantaggio sociale persistente”.[11] Anche Esping-Andersen si è occupato degli aspetti normativi, funzionali e redistributivi del welfare. In particolare ha individuato una implicazione funzionale e una implicazione distributiva di un obiettivo normativo. Secondo l’autore l’obiettivo normativo primario per il welfare del XXI secolo è quello di combattere l’ereditarietà sociale dello svantaggio. L’implicazione funzionale di tale obiettivo normativo è quella di concentrare gli sforzi sulle politiche di formazione e di accrescimento del capitale umano mentre l’implicazione ridistribuiva consiste nell’investire principalmente sui minori in povertà.[12]In generale il problema avvertito da Esping-Andersen è quello di delineare una nuova architettura di un modello di Welfare State che tenga conto dell’infanzia e della famiglia, delle donne e delle relazioni di genere, del lavoro e delle pensioni, in grado di assicurare gli obiettivi tradizionali in un mutato contesto economico e sociale. Gli obiettivi tradizionali del welfare riguardavano la soluzione della “questione sociale”, cioè porre fine alle intollerabili disuguaglianze di classe attraverso l’istruzione di massa, considerata il mezzo principale per raggiungere il fine dell’eguaglianza delle opportunità contro la trasmissione ereditaria dei privilegi, e attraverso la protezione del reddito, considerata il mezzo per ridurre le differenze nelle condizioni di vita. Nella fase attuale, caratterizzata dalle difficoltà dello Stato Sociale causate da shock esogeni come la maggiore flessibilità del lavoro e del salario, l’invecchiamento della popolazione e l’erosione degli strumenti di cura delle famiglie, Esping-Andersen non ha dubbi su quali obiettivi debbano essere perseguiti in tutte le Nazioni dal “nuovo welfare” come dimostra la sua affermazione: “prescindendo dalle propensioni ideologiche, dovrebbe essere chiaro a tutti che non possiamo permetterci di non essere egualitari nelle economie avanzate del XXI secolo”.[13] I fattori individuati da Esping-Andersen che rendono necessario il passaggio dal vecchio al nuovo welfare sono la rivoluzione demografica nella struttura delle famiglie in corso e la trasformazione della tecnologia insieme all’affermarsi di un’economia post-industriale basata sul settore dei servizi. Nella rivoluzione della struttura delle famiglie è cruciale il comportamento delle donne che aspirano all’indipendenza e al lavoro. La conseguenza di tale evoluzione consiste nell’impossibilità per molti bambini di vivere a contatto con entrambi i genitori, quindi maggiormente esposti ai rischi sociali.Nel settore dei servizi il lavoratore con basse qualifiche, quello tradizionale, ha accesso difficilmente a un lavoro ben pagato e stabile, può perciò rimanere incastrato in un ciclo vitale caratterizzato da bassi salari, disoccupazione e lavori precari. Ciò che è decisivo per ridurre le disuguaglianze è quindi la costituzione del capitale umano. Riportando le parole di Esping-Andersen: “nelle economie ad alta intensità di conoscenza, le opportunità di vita dipendono dalle capacità di apprendimento di ciascuno e dal capitale umano accumulato. Come è ben dimostrato, l’impatto dell’eredità sociale è forte oggi come in passato, in particolare per quello che riguarda gli sviluppi cognitivi e i risultati nell’istruzione”.[14] Per questo motivo bisogna favorire l’accumulazione di capitale umano che permette di combattere i rischi dell’esclusione sociale. In particolare, secondo l’autore, occorre un intervento preventivo, in termini di formazione e di accumulazione del capitale umano, molto anticipato, che incida fin dall’adolescenza sulle possibili cause di esclusone sociale e di povertà, in quanto la riduzione dell’insicurezza sociale, del reddito e della povertà è una condizione preliminare per un’efficace politica di investimento sociale. Questa considerazione di Esping-Andersen entra in contrasto con la cosiddetta “Terza Via”, difficilmente definibile[15] ma alla fine riconducibile a delle politiche alla cui base vi è l’idea che i singoli possano soddisfare tramite il mercato i propri bisogni di welfare, diventano così importanti la formazione iniziale e continua dalla quale viene fatta dipendere l’opportunità di ogni individuo di sfuggire all’esclusione sociale e alla povertà, ma secondo Esping-Andersen “l’efficacia della formazione nelle fasi avanzate della vita di un lavoratore può essere molto limitata in assenza di un’adeguata accumulazione originaria di capitale umano”.[16] Lo studioso si riferisce in particolare ad uno dei pilastri della nuova architettura del welfare, e precisamente “le opportunità di accedere a condizioni esistenziali decenti sono, ad ogni stadio della vita, determinate dalle evoluzioni precedenti dei percorsi individuali. Il problema va quindi affrontato con riferimento all’intero ciclo vitale e con la consapevolezza che durante l’infanzia e l’adolescenza vengono consolidate o rimosse cause profonde di disuguaglianza e di esposizione al rischio di esclusione sociale”.[17] L’architettura del welfare suggerita da Esping-Andersen è quindi caratterizzata da una prospettiva integrata e non da analisi parziali dei problemi dello Stato Sociale perché le prospettive in ogni fase della vita dipendono da eventi collocati in fasi precedenti e dalla presenza di istituzioni integrate efficacemente (mercato, famiglia, Stato) e politiche in grado di ostacolare il perpetuarsi di disuguaglianze originarie. Esping-Andersen suggerisce inoltre che l’obiettivo della riforma del welfare non dovrebbe essere quello di contenere la spesa pubblica ma “l’uso del Pil. La riduzione della spesa per la sanità, per le pensioni, per l’assistenza sociale difficilmente produrrà una riduzione effettiva dei costi poiché le famiglie compenseranno questa riduzione con una maggiore spesa sul mercato o con l’auto-produzione di quei servizi”.[18]Tra i diversi studiosi che si stanno occupando della ridefinizione dello Stato Sociale occorre menzionare anche Massimo Paci secondo cui occorre rigettare ogni concezione del welfare pubblico come elemento di parassitismo dell’economia e sottolineare la sua importanza come un potente volano per l’occupazione e per uno sviluppo di qualità. La questione della ridefinizione dello Stato Sociale quindi non riguarda il fatto di identificare le minacce per l’esistenza del welfare, ma occorre soprattutto basarsi su analisi rigorose e non su pregiudizi ideologici. Ciò che costituisce una grande risorsa di occupazione e di sviluppo civile è l’aumento dell’offerta di servizi di welfare riferiti alla grande quantità di bisogni insoddisfatti nei campi dell’inserimento sociale e lavorativo, della formazione permanente, dell’accudimento dei minori e degli anziani, della promozione della salute, della cultura, dell’ambiente, del tempo libero, etc. All’interno del welfare si trova una modalità specifica di offerta dei servizi che può costituire una grande risorsa da valorizzare, cioè lo sviluppo di progetti comuni tra istituzioni e parti della società che possono aumentare l’efficacia dei servizi offerti e ridurre i costi per l’erario, progetti cioè di economia sociale o di amministrazione condivisa. Paci si riferisce alle esperienze di deistituzionalizzazione di servizi di cura e di assistenza, ai progetti integrati di recupero urbano con la partecipazione dei residenti, agli asili di palazzo, alla manutenzione e valorizzazione di risorse ambientali e beni culturali, alla gestione di parchi, giardini, piazze, etc. Paci riconosce che tale ambito d’intervento è privilegiato da coloro che operano nel terzo settore, ma può diventare una risorsa importante anche per altri soggetti.[19]La crisi dello Stato Sociale ha fatto emergere una attenzione particolare verso una serie di soggetti associativi che si collocano nello spazio pubblico tra lo Stato e il mercato definiti come terzo settore, cioè il volontariato, la cooperazione sociale, l’associazionismo e le organizzazioni non profit. Riportando le parole di Jeremy Rifkin “nel prossimo secolo, il mercato e il settore pubblico avranno un ruolo sempre più ridotto nella vita quotidiana delle persone di tutto il mondo. Il vuoto di potere verrà colmato probabilmente dal diffondersi di una sub-cultura criminale o da una maggiore partecipazione al terzo settore….le organizzazioni fondate sullo spirito comunitario agiranno sempre più come arbitri e difensori nei confronti delle forze del mercato e dello Stato, fungendo da promotori e sostenitori della riforma politica e sociale….le organizzazioni del terzo settore probabilmente si attribuiranno anche la funzione di fornire una quantità sempre più ampia di servizi di base”.[20] E’ augurabile che il terzo settore, grazie all’azione quotidiana e al radicamento nel territorio, possa creare nel prossimo futuro cittadinanza per chi ne è privo.

Federico Zia


[1] Giovanni Di Bartolomeo, Il laboratorio, rivista di politica, attualità, cultura, ricerca, n. 0, 28 dicembre 2000

[2] Per approfondimenti: A.Castegnaro, G.Nervo, G.Pasini, A.Prezioso, T.Vecchiato, Modelli di stato sociale a confronto e soluzioni possibili, Fondazione E. Zancan, Studi Zancan n. 3, 2001

[3] Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[4] Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[5] Per approfondimenti: Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[6] Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[7] Maurizio Ferrera, Anton Hemerijk, M. Rhodes, The Future of  Social Europe: Recasting Work and Welfare in the New Economy, Relazione preparata per la Presidenza portoghese dell’Unione Europea, Oeiras, Celta Editora, 2000; Maurizio Ferrera, Anton Hemerijk, Recalibrating European Welfare Regimes, in J. Zeitlin e D. Trubeck (a cura di), Governing Work and Welfare in a New Economy: European and American Experiments, Oxford, Oxford University press, 2003

[8] Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[9] Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[10] Maurizio Ferrera, Le trappole del Welfare, Il Mulino, Bologna, 1998

[11] Maurizio Ferrera, Ricalibrare il modello sociale europeo. Accelerare le riforme, migliorare il coordinamento, URGE Working Paper 7/2004

[12] Per approfondimenti: Gosta Esping-Andersen, Against Social Inheritance, in A, Giddens, The progressive Manifesto, London, Polity Press, 2003

[13] Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie, Anton Hemerijck, John Myles, Why we need a new Welfare State, Oxford University Press, 2002

[14] Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie, Anton Hemerijck, John Myles, Why we need a new Welfare State, Oxford University Press, 2002

[15] Negli Stati Uniti la Terza Via viene definita come “il marchio mondiale della politica progressista nell’era informatica”. I suoi sostenitori affermano che rappresenta una nuova dimensione della politica della sinistra post-Guerra Fredda e che si tratta di una nuova sintesi che si situa al di là sia della destra che della sinistra. Bill Clinton sostiene che “la Terza Via non appartiene né ai progressisti né ai conservatori, comprende entrambi i punti di vista, e se ne diversifica al tempo stesso. Consiste nell’essere moderni e progressisti, e nell’evitare false scelte”. Secondo Tony Blair  “la Terza Via non è semplicemente un compromesso tra la destra e la sinistra, non corrisponde né al laissez faire né all’interferenza dello Stato. Si tratta di un’alleanza tra progresso e giustizia che cerca di prendere i valori fondamentali dal centro e dal centro-sinistra e di applicarli ad un mondo di sostanziali cambiamenti economici e sociali”. Hilary Clinton sostiene che “la Terza Via consiste nel prendere il mondo così come lo troviamo e fare quello che possiamo per migliorarlo”. Maggiormente conforme alla situazione attuale appare invece la considerazione di Jeff Faux, secondo cui “i sostenitori della Terza Via proclamano di rappresentare il nuovo paradigma dell’economia globale, che non è affatto nuovo, ma solo una articolazione del programma neo-liberista della comunità delle multinazionali. La logica di tale posizione economica è la seguente: i problemi economici mondiali hanno origine dalla eccessiva interferenza dei governi nell’economia di mercato, che se lasciata a se stessa si auto-regola. Infatti il capitalismo ci sta prospettando una vasta e prospera economia mondiale. Per garantire continuità a tale prosperità, i mercati dei capitali e del lavoro dovranno essere ulteriormente deregolati e privatizzati, liberati da tutte le costrizioni artificiali. Ciò aumenterà la produttività e migliorerà il livello di vita dei lavoratori. I governi devono smettere di cercare di garantire la conservazione del reddito. Il loro lavoro è fornire opportunità alle persone nell’ ottenere servizi educativi e di formazione professionale, facendo sì che costoro possano acquisire le competenze necessarie ad ottenere buoni lavori in questa nuova economia”. (Jeff Faux, Il mito della Terza Via, in Clementina Casula (a cura di) Nuove sfide politiche: quale futuro per il Welfare State?, 16/17 ottobre 1998, Teatro Congressi Pietro D’Abano, Abano Terme, Padova)

[16] Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie, Anton Hemerijck, John Myles, Why we need a new Welfare State, Oxford University Press, 2002

[17] Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie, Anton Hemerijck, John Myles, Why we need a new Welfare State, Oxford University Press, 2002

[18] Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie, Anton Hemerijck, John Myles, Why we need a new Welfare State, Oxford University Press, 2002

[19] www.dsonline.it; Per approfondimenti: Massimo Paci, Le ragioni per un nuovo assetto del welfare in Europa, in La rivista delle politiche sociali, 1, 2004, Ediesse, Roma

[20] Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, Baldini & Castaldi, Milano, 1996

1 Commento/i

  1. Amio avviso un articolo lungo, ma ti porta a riflettere sul contesto socioeconomico della nostra nazione confrontandola con la storia di altri stati. Il pezzo è ottimo!!!


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