VERSO LA RIDEFINIZIONE DELLO STATO SOCIALE di Federico Zia

Lo Stato Sociale nacque per ribattere alle sfide dell’era industriale ma il contesto di riferimento è radicalmente cambiato 

La ridefinizione dello Stato Sociale si colloca all’interno della crisi più generale dei sistemi di protezione sociale nati in uno stretto legame con il modello di produzione taylor-fordista. In Europa Occidentale questo modello ha avuto la sua massima espansione fra il 1950 e il 1970, poi ha cominciato a manifestare segni di crisi, tra cui la scarsa efficienza dei servizi pubblici, la difficoltà a trovare risorse sempre più ingenti per finanziare le spese statali, una forte crescita dell’inflazione alimentata dalla crescente spesa pubblica. Di conseguenza in tutti i Paesi occidentali si è manifestata una progressiva riduzione dell’intervento dello Stato nel sistema economico dando vita ad ampi fenomeni di privatizzazione. Lo Stato Sociale nacque per ribattere alle sfide dell’era industriale ma il contesto di riferimento nell’attuale fase storica è radicalmente cambiato. La situazione demografica caratterizzata da un rapido processo di invecchiamento della popolazione, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’insicurezza della stabilità del posto di lavoro, l’immigrazione, la nascita di nuove povertà, la mondializzazione dell’economia e il mutamento avvenuto nel mondo della produzione, hanno messo in discussione il modello di Stato Sociale che si concepiva come protezione sociale per i periodi precedenti e seguenti il rapporto di lavoro stabile. La crisi di tale modello e la politica economica neoliberista hanno alimentato diverse pressioni alla riduzione del finanziamento e di conseguenza alle prestazioni dello Stato Sociale. L’opinione dominante considera lo smantellamento dello Stato Sociale e una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro come i principali elementi per reagire ad un elevato tasso di disoccupazione e all’invecchiamento della popolazione. Ma la flessibilità e la liberalizzazione non possono essere l’unica soluzione dei problemi contemporanei. Economisti del lavoro del calibro di Katz, Loverman e Blanchflower, parlano dell’emergere della nuova classe di “woorking poors”, la flessibilità offre la possibilità alle imprese di aggiustare rapidamente la produzione in funzione della domanda, licenziando e assumendo senza costi, ma parallelamente si crea una classe di lavoratori destinati ai “bad jobs”, lavoratori occupati ma precari e mal retribuiti. Secondo Ferrera occorre adattare il welfare al nuovo contesto. Ferrera individua due grandi transizioni che stanno modificando il profilo socioeconomico occidentale: la transizione socio-demografica, collegata per quanto riguarda il declino delle nascite, ai nuovi rapporti di genere e alle aspirazioni di indipendenza personale e auto-realizzazione delle donne; la transizione verso un’economia basata sui servizi e sulla conoscenza. Quindi Ferrera ritiene che lo Stato Sociale debba essere ridefinito attraverso una modernizzazione intelligente basata sulla corretta identificazione dei nuovi rischi e bisogni sociali connessi alla difficoltà di conciliare lavoro e cura, vita professionale e familiare, soprattutto per le donne; al mancato accesso alla conoscenza, soprattutto per i giovani; all’obsolescenza delle competenze professionali, soprattutto per i lavoratori con basse qualifiche; alla marginalizzazione ed esclusione dall’economia della conoscenza, dal mercato del lavoro e dal tessuto sociale. L’approccio per prevenire simili rischi deve consistere nell’elaborare una nuova grande strategia di politica sociale che metta al centro del welfare i nuovi rischi, le donne e i giovani. Questa strategia deve basarsi sul concetto di ricalibratura. Riformare il welfare significa spostare i pesi da alcune funzioni ad altre. Ferrera ritiene che occorre concentrare l’impegno riformista verso tre diverse dimensioni di ricalibratura: funzionale, ridistributiva e normativa. La ricalibratura funzionale riguarda i rischi oggetto di protezione. Lo Stato Sociale protegge troppo la vecchiaia e troppo poco i nuovi rischi collegati alle altre fasi del ciclo della vita. In particolare il lavoro precario, i carichi familiari, l’esclusione sociale, la non auto-sufficienza, l’obsolescenza delle competenze professionali e la mancanza di opportunità formative non hanno una adeguata protezione. La ricalibratura distributiva riguarda le categorie oggetto di protezione in quanto vi sono categorie iper-tutelate, come i lavoratori con posto stabile, e categorie quasi prive di tutela, come i lavoratori precari. La ricalibratura normativa riguarda i simboli e i valori. Tale tipo di ricalibratura necessita di due operazioni: ancorare strategie di politica sociale a esplicite teorie di giustizia distributiva, anziché a vecchie teorie politiche sul conflitto fra le classi; assegnare il maggior peso possibile al valore dell’equità. Tra i diversi studiosi che si stanno occupando della ridefinizione dello Stato Sociale occorre menzionare anche Massimo Paci secondo cui occorre rigettare ogni concezione del welfare pubblico come elemento di parassitismo dell’economia e sottolineare la sua importanza come un potente volano per l’occupazione e per uno sviluppo di qualità. La questione della ridefinizione dello Stato Sociale quindi non riguarda il fatto di identificare le minacce per l’esistenza del welfare, ma occorre soprattutto basarsi su analisi rigorose e non su pregiudizi ideologici. Ciò che costituisce una grande risorsa di occupazione e di sviluppo civile è l’aumento dell’offerta di servizi di welfare riferiti alla grande quantità di bisogni insoddisfatti nei campi dell’inserimento sociale e lavorativo, della formazione permanente, dell’accudimento dei minori e degli anziani, della promozione della salute, della cultura, dell’ambiente, del tempo libero. All’interno del welfare si trova una modalità specifica di offerta dei servizi che può costituire una grande risorsa da valorizzare, cioè lo sviluppo di progetti comuni tra istituzioni e parti della società che possono aumentare l’efficacia dei servizi offerti e ridurre i costi per l’erario, progetti di economia sociale o di amministrazione condivisa. Paci si riferisce alle esperienze di deistituzionalizzazione di servizi di cura e di assistenza, ai progetti integrati di recupero urbano con la partecipazione dei residenti, agli asili di palazzo, alla manutenzione e valorizzazione di risorse ambientali e beni culturali, alla gestione di parchi, giardini, piazze, ecc. Paci riconosce che tale ambito d’intervento è privilegiato da coloro che operano nel terzo settore, ma può diventare una risorsa importante anche per altri soggetti. La crisi dello Stato Sociale ha fatto emergere una attenzione particolare verso una serie di soggetti associativi che si collocano nello spazio pubblico tra lo Stato e il mercato definiti come terzo settore, cioè il volontariato, la cooperazione sociale, l’associazionismo e le organizzazioni non profit. E’ augurabile che il terzo settore, grazie all’azione quotidiana e al radicamento nel territorio, possa creare nel prossimo futuro cittadinanza per chi ne è privo.

Federico Zia

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