L’ EVOLUZIONE DEL LAVORO di Federico Zia

Come sta cambiando il modo di percepirlo 

Nelle società primitive non poteva esistere un concetto di lavoro con il significato che gli si attribuiva nel XX secolo, come l’applicazione della volontà e della capacità umana alla produzione di beni e servizi. L’attività di produzione coincideva del tutto con quella di riproduzione dell’individuo e della specie, il tempo di lavoro era il tempo di vita. Il numero degli uomini su di un territorio era regolato da un equilibrio naturale, perciò essi disponevano dell’occorrente secondo i bisogni di quel tipo di società. Alcuni studi dimostrano che l’uomo paleolitico dedicava al lavoro mediamente due o tre ore giornaliere e disponeva di un’eccedenza di cibo, legname per il fuoco, pelli per coprirsi e materiali per gli utensili. Anche gli uomini delle società pre-classiche non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro: anche per loro non aveva nessun senso né la parola lavoro nell’accezione moderna, né il concetto di tempo libero. Più tardi, in una società ormai divisa in classi fondata sullo sfruttamento degli schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali. Nelle società antiche il lavoro coincise con la vita, il cui scorrere non era diviso in tempi separati. Il frazionamento  delle parti della giornata rientrava nell’alternarsi naturale di attività e riposo. Il lavoro era inteso come attività per ottenere un semplice valore d’uso, non come mezzo per produrre valore di scambio. Con i Greci e soprattutto con i Romani cominciano a nascere forme di specializzazione e di utilizzo del tempo, ma anche in questo caso la divisione tra giornata lavorativa e non lavorativa è sconosciuta: solo la necessità di riprendere le forze, di partecipare alla vita sociale, di combattere o di viaggiare, interrompevano l’attività di lavoro, non  una convenzione sociale che dividesse la giornata in orari. Occorre attendere il XII secolo per trovare nel francese labeur e nell’inglese labour un termine che indica il concetto di lavoro in senso simile all’attuale, anche se legato esclusivamente all’attività agricola. Questa condizione si mantenne per tutto il medioevo. Nella Francia medioevale si lavorava mediamente  poco più di 150 giorni l’anno. Sempre in Francia, nel ‘600, il maresciallo Vauban censì 140 giornate complete di non-lavoro (52 domeniche, 38 feste varie, 50 giorni di blocco per il gelo) più le vigilie, per un totale di 175 giorni. L’orario non era prefissato, coincideva in genere con le ore di luce dall’alba al tramonto. Nel ‘700 Voltaire, filosofo latifondista, lamentava “la proliferazione di feste locali, pregiudizievoli a un’attività economica conveniente. Sulle mie terre i contadini non lavorano che per otto mesi l’anno”.  Ad abolire le 90 festività avrebbe provveduto la borghesia rivoluzionaria. Il trionfo giacobino avrebbe anche recato, in sostituzione della settimana, la decade operosa: un solo riposo festivo ogni dieci giorni. La diversa natura del lavoro appare invece nelle società urbane. Nel XIX secolo il lavoro diviene il mezzo per trasformare il mondo e l’uomo. Nella prima metà dell’Ottocento il lavoro era concepito come l’unico modo di valorizzare il mondo, di trasformarlo. Verso la fine di tale secolo e soprattutto dopo la sua rielaborazione da parte di Marx, il concetto di lavoro diviene molto ampio, sinonimo di trasformazione, creazione, produzione, un concetto che comprende qualsiasi attività che sostituisce la dimensione naturale con quella umana, cioè qualsiasi opera di trasformazione. Nel XX secolo si configura come un sistema di distribuzione del reddito, di partecipazione alla produzione remunerata di beni e servizi, di sicurezza sociale e di diritti. Occorre inoltre effettuare una distinzione tra il concetto di lavoro e il concetto di occupazione. L’occupazione è una caratteristica tipica delle società industriali, per molti secoli il lavoro era considerato come l’insieme delle attività del genere umano. La distinzione tra lavoro ed occupazione è stata introdotta dalla cultura industriale occidentale, intendendo per occupazione il lavoro remunerato come compenso per prestazioni rivolte alla produzione di beni e servizi. L’occupazione (cioè il lavoro remunerato) viene così accettata come parametro convenzionale per misurare il lavoro giungendo alla generalizzazione del concetto di occupazione come sinonimo di lavoro. Robertson ritiene che “il significato di occupazione tipico dell’era industriale è probabile che sia destinato ad esaurirsi”. Consistenti cambiamenti nell’organizzazione della vita e del lavoro evidenziano l’importanza di attività, un tempo ritenute improduttive, necessarie a rispondere a bisogni e scopi individuali e sociali come l’istruzione, la formazione, la sanità. In molte delle società attuali, oltre al lavoro remunerato (occupazione), si stanno sviluppando opportunità di lavoro legate ad attività scambiate direttamente tra le persone come il lavoro sociale e il volontariato. Quindi il lavoro non è sorto improvvisamente dal nulla in un certo periodo storico ma ha preso forma gradualmente assumendo come suo fondamento innanzitutto una dimensione economica, cioè il lavoro nasce come un fenomeno economico e astratto, come uno sforzo fisico, fino a diventare un fattore di produzione, un mezzo per raggiungere la ricchezza e la produzione di beni. In economia classica il lavoro è uno dei tre fattori di produzione; gli altri sono il terreno e il capitale, il lavoro è una delle misure dell’attività svolta dagli esseri umani. In generale, la parola lavoro si riferisce ad una qualsiasi attività discreta di produzione economica, tuttavia, nelle società capitaliste la parola lavoro è diventata sinonimo di impiego. Con questo si fa riferimento alla relazione a lungo termine tra il lavoratore e coloro che detengono il controllo legale degli altri fattori di produzione. In questo senso le persone parlano di trovare un lavoro o avere un lavoro. Il concetto di lavoro perciò raggruppa tutte queste dimensioni, ma nella società odierna è difficile trovare una definizione adeguata in quanto il lavoro sembra sgretolarsi e ricomporsi in molteplici attività, ognuna differente dall’altra. Nella società contemporanea il lavoro è sottoposto a profonde trasformazioni in virtù del processo di globalizzazione dei mercati e dell’introduzione di nuove tecnologie che hanno sconvolto la struttura tradizionale della società e dell’economia. Dalla produzione standardizzata di massa si è passati alla specializzazione produttiva flessibile. La maggiore concorrenza sui mercati richiede che il sistema produttivo si flessibilizzi in modo da portare sul mercato prodotti sempre nuovi in tempi sempre più compressi, rispondendo a una domanda sempre più mutevole e personalizzata. Cambiando il sistema produttivo cambia di conseguenza la definizione e il contenuto stesso del lavoro. Si comincia a parlare di “lavori” al plurale e non di lavoro al singolare, anche per il moltiplicarsi di forme di lavoro diverse come contrattualità (a tempo determinato, indeterminato, lavoro interinale), orari (tempo pieno, parziale, turni), luoghi (lavoro a domicilio, consulenza, telelavoro) e finalità (lavoro nel settore privato, lavoro nel settore pubblico, lavoro in imprese sociali). Tale frammentazione del concetto di lavoro rende impossibile definire con scadenze certe la vita delle persone perché  risulta più difficile la pianificazione di una carriera. I lavori diventano poi meno pesanti e più leggeri, meno maschili e più femminili, fluidi, cognitivi, relazionali. Quindi è proprio il concetto di lavoro a cambiare profondamente di significato passando da sinonimo di posto fisso, a forme istituzionali caratterizzate da una maggiore flessibità del vincolo contrattuale tra datore di lavoro e lavoratore. Ciò appare in linea con la politica economica neoliberista.

Federico Zia

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