Abruzzo socioeconomico

L’ABRUZZO DALLA PRIMA ALLA SECONDA MODERNITA’

Come rilevato da Confindustria Abruzzo, il sistema produttivo abruzzese, e con esso l’intero sistema socioeconomico della regione, continua a presentare caratteri di estrema fragilità in un ambiente politico, economico, finanziario, infrastrutturale e di cultura imprenditoriale ancora lontano dalle realtà più sviluppate ed economicamente più mature del centro-nord e dell’Europa. Tale fragilità si inserisce su di un tessuto industriale composto per la grandissima parte di piccole e medie imprese, che costituiscono di fatto l’imprenditoria locale.

Il sistema industriale abruzzese sviluppatosi a “macchia di leopardo” sul territorio determinando zone di maggiore vivacità imprenditoriale sulla costa contrapposte a zone di mancato sviluppo e arretratezza all’interno, è caratterizzato da debolezze strutturali quali:

  • la mancanza di proprie strategie commerciali come dimostra la forte dipendenza per le lavorazioni su commessa;
  • la difficoltà di accesso al credito determinata da arretratezze del sistema creditizio regionale e dalla conseguente impossibilità pratica di attivare strumenti di finanza innovativi a livello locale;
  • la scarsa propensione ad introdurre costantemente ed in tempi utili innovazioni tecnologiche, acuita da oggettive difficoltà connesse alla mancanza di centri di ricerca collegati all’impresa da una parte, e da una modesta cultura imprenditoriale e manageriale dall’altra.

Inoltre bisogna considerare una situazione infrastrutturale e di habitat, che pone l’Abruzzo in una situazione di svantaggio competitivo rispetto a quello delle aree più avanzate non solo in termini di dotazioni fisiche, ma anche e soprattutto in termini di gestione e di cultura amministrativa, senza considerare che la macchina amministrativa locale tarda ad adeguarsi alle esigenze del mondo produttivo secondo i modelli di efficienza e speditezza richiesti dall’attuale scenario competitivo.

L’insieme dei problemi richiamati si inserisce in una fase storica di transizione particolarmente delicata caratterizzata dal passaggio dalla cosiddetta “prima modernità”, epoca della sicurezza, alla “seconda modernità”, epoca delle insicurezze, che abbraccia l’intero pianeta e determinata dalla politica economica neoliberista basata sul libero mercato e causa della “brasilianizzazione dell’occidente” , cioè l’irruzione della flessibilità, della precarietà, dell’insicurezza, che caratterizzano le forme lavorative del Sud del mondo.

E’ da sottolineare, tra l’altro, che il passaggio dalle aree meridionali (obiettivo 1) a quelle del Centro-Nord (obiettivo 2) dei fondi strutturali dell’Unione Europea 2000-2006, con i suoi molteplici effetti (diminuzione delle risorse finanziarie, aumento del costo del lavoro, incertezze sul futuro) ha colpito il già fragile tessuto industriale abruzzese riflettendosi negativamente sul versante degli investimenti e dell’occupazione, determinando fenomeni di delocalizzazione.

Inoltre l’Abruzzo è inserito in un contesto nazionale che è in forte svantaggio competitivo (dotazioni infrastrutturali, efficienza della pubblica amministrazione, investimenti per ricerca e sviluppo, sistemi formativi, etc.) rispetto alle altre aree europee e internazionali più sviluppate. Basti pensare che l’Italia è il paese meno capace di attrarre investimenti esteri tra quelli europei .

Tornando alla situazione abruzzese bisogna considerare il fatto che la regione presenta anche dei potenziali punti di forza su cui intervenire in termini di valorizzazione:

  • un sistema regionale configurabile come regione-città per conformazione, distanze e basso numero di residenti, che dovrebbe facilitarne la gestione;
  • un sistema imprenditoriale di Piccole Imprese, con ampi margini di crescita;
  • un sistema di imprese del terziario avanzato in continua espansione e anch’esso con margini significativi di sviluppo;
  • una posizione geografica per certi versi vantaggiosa, collegamento Nord-Sud, sbocchi commerciali sui Balcani e sul Mediterraneo, la vicinanza a realtà metropolitane (come Napoli o Roma) importanti che possono trovare nella regione naturali sbocchi commerciali e turistici;
  • un patrimonio storico e naturale notevole per importanza e bellezza che evidenzia tutte le possibilità di un serio sviluppo del turismo;
  • un ambiente sociale serio e tranquillo con scarsa presenza di criminalità organizzata e scarsa conflittualità sociale.

Ciò che allo stato attuale dovrebbe essere tenuto maggiormente in considerazione è la “vivibilità” del lavoro in Abruzzo, concetto che rimanda ad altri due concetti fondamentali, la “qualità” e la “sicurezza” nel lavoro, che determinano le giuste condizioni per reagire alla competitività perché da essi dipende la qualità del ciclo produttivo e quindi dei prodotti e dei servizi. Inoltre tali concetti regolano e qualificano le condizioni di vita di ogni lavoratore e in definitiva della sua comunità in generale e della sua famiglia in particolare.

 

Oggi l’Abruzzo sta attraversando una fase storica molto delicata caratterizzata dal passaggio dalla prima alla seconda modernità, qualificata dall’irruzione della flessibilità e della precarietà dei rapporti di lavoro. La seconda modernità è caratterizzata soprattutto dal superamento del taylor-fordismo e quindi da un miglioramento oggettivo della qualità del lavoro, divenuto meno pesante, più cognitivo e più collaborativo, ma tale processo di trasformazione del modo di lavorare è stato accompagnato dalla esplosione a livello planetario delle prerogative della politica economica neoliberista che hanno colpito la sicurezza dei lavoratori nel lavoro, nella loro possibilità di mantenere un posto stabile per buona parte delle vita, come il ridotto interventismo statale con la conseguente dissoluzione dello Stato Sociale ed il trasferimento delle responsabilità ai cittadini e alle imprese, la riduzione del costo del lavoro e quindi l’elevata quota di lavori a tempo parziale che non forniscono alcuna garanzia futura ai lavoratori. Il cammino abruzzese dalla prima alla seconda modernità è stato segnato dapprima da un’economia agricola e contadina seguita da quella basata sulla grande fabbrica taylor-fordista, caratterizzata da un lavoro poco qualificato ma da maggiori tutele  ottenute grazie alle lotte sindacali, poi da un’ economia basata soprattutto sui nuclei industriali formati da aziende di dimensioni ridotte e caratterizzata dal modello della produzione snella e flessibile, in seguito al mutamento del mondo della produzione e del consumo, ove il modo di lavorare si qualifica soprattutto per un suo miglioramento, ma al contrario le tutele sindacali cominciano ad indebolirsi in seguito all’introduzione di contratti di lavoro atipici che non consentono la creazione di quella solidarietà tra lavoratori sul luogo di lavoro che invece caratterizzava la grande fabbrica, perché il tempo di permanenza del lavoratore nell’azienda si è ridotto così come si è ridotto il tempo di vita delle aziende schiacciate dalla dura competizione nazionale e internazionale. Per buona parte del XX secolo le condizioni di vita degli abruzzesi sono state determinate e influenzate da un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura e sull’allevamento, le loro condizioni economiche mutavano in relazione a due variabili: attività e proprietà. Il quadro economico della popolazione abruzzese cominciò a trasformarsi quando si iniziò ad avvertire la necessità di uscire dalla miseria riscattando una discreta quantità di terreno. Uno strumento utilizzato a tal fine fu l’emigrazione. Coloro che rimpatriarono utilizzarono il capitale proveniente dall’estero per acquistare degli appezzamenti di terreno e per investire nei titoli di studio. Così l’attività agricola aumentò, anche grazie alla trasformazione delle colture, facendo aumentare i guadagni. Questa situazione si mantenne nel tempo anche con le incertezze naturali provocate dalle due guerre mondiali, fino ad arrivare all’irruzione dell’industrializzazione e del taylor-fordismo con i suoi ritmi ed orari regolari che colpì anche la nostra regione. Per i contadini che lasciavano le terre e si dirigevano in fabbrica il mutamento più grande fu il cambiamento del lavoro e l’abbandono delle coltivazioni, ma la sicurezza di un salario, seppur basso, e le tutele sindacali, forse in parte mitigavano tale privazione. La regione conobbe durante gli anni ‘60 e ’70 un grande crescita della propria economia, si verificarono i primi insediamenti di industrie ed  aumentò il pil. L’Abruzzo si rivelò una regione capace di attrarre investimenti pubblici e privati. In regione si cominciò a parlare di via adriatica allo sviluppo, si iniziò a creare reddito e le donne abruzzesi iniziarono ad entrare nel mercato del lavoro. Qualcosa poi cominciò a cambiare, modelli produttivi diversi, consumi diversificati in base a determinati target, produzioni differenziate, competitività esasperata, variabilità dei mercati, politica economica neoliberista, flessibilità e precariato conquistarono la scena in un mondo avviato nel processo irreversibile della globalizzazione. La garanzia del lavoro per tutti cominciò a venir meno, le certezze iniziarono a crollare. Oggi la disoccupazione e la sostituzione del lavoro regolare con il lavoro atipico hanno reso antiquata l’idea tradizionale di occupazione come un impiego a vita, il tempo non è più pieno, la carriera per molti è diventata un abbaglio. Per reagire all’attuale scenario “globalmente insicuro”, per combattere la disoccupazione, per migliorare la qualità e la sicurezza nel lavoro da cui deriva la qualità del ciclo produttivo su cui si regge la competitività nazionale ed internazionale, occorrerebbe creare un antidoto composto da alcune proposte avanzate da diversi studiosi: sviluppare istituzioni capaci di orientare e sostenere il passaggio del lavoratore da un’occupazione all’altra; introdurre forme di certificazione, trasferibili da un’azienda alla successiva, delle competenze professionali acquisite da un lavoratore; compiere interventi sull’organizzazione del lavoro in modo che i lavoratori anziani continuino ad essere utili; ridare un senso all’idea di posto di lavoro nella placeless society, nella società in cui è possibile e conveniente lavorare ovunque poiché tale attività ha perso ogni legame definito con un determinato spazio fisico; attuare programmi di formazione per rendere effettivo il concetto di apprendimento continuo incentrato sia sull’individuo che sullo sviluppo dei sistemi locali; introdurre il principio del diritto al lavoro a tempo prescelto; rendere effettivo il lavoro di impegno civile ricompensato attraverso il reddito di cittadinanza corrispondente almeno al livello dei sussidi di disoccupazione o dei sussidi sociali, qualificazioni e riconoscimento dei diritti pensionistici, integrato attraverso fondi comunali e sponsorizzazioni sociali delle aziende; attuare una reale cooperazione e partecipazione dei lavoratori all’andamento dell’impresa; ridurre gli oneri per le imprese che diminuiscono gli orari; favorire la nascita di nuove imprese con delle politiche basate sullo sviluppo dei sistemi locali.

 

Federico Zia

2 Commenti

  1. Ciaooo,stò cercando di sviluppare un blog giornale in cui gli articoli sono scritti dai blogger WordPress (o al limite se non hai tempo posso scriverti io un’articolo prendendolo dal tuo blog e rimandandolo al tuo blog…).
    Il blog giornale nasce con l’intento di dare maggior visibilità al tuo blog e alla gente che cerca in rete la possibilità di trovare articoli di maggiore qualità in un’unico posto (visti i migliaia di blog che nascono ogni giorno…).
    Se ti và uno scambio link col blog giornale contattami pure.
    ti ringrazio anticipatamente e a presto
    http://www.giornale.fm

  2. ok, fai pure


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